Il coworking che è mancato nella mia vita professionale.

Nella mia vita professionale è mancato uno strumento che sta prendendo piede in questi anni, ha iniziato a emergere un paio d’anni prima della pandemia come risposta agli affitti sempre più cari degli uffici.

Perché è mancato nella mia esperienza professionale? Ho iniziato a lavorare in proprio, nel 2009, ho avuto il primo appuntamento di lavoro tra la discussione della tesi e la proclamazione in ingegneria informatica al Politecnico di Milano. Tutto molto bello, entusiasmo a mille, ma alla fine si lavorava da casa, sempre da casa salvo interventi a domicilio dai clienti (all’inizio pochi).

Questa enorme e subitanea libertà, unita a responsabilità grandi, mi ha presentato il conto nel momento in cui ho iniziato a costruirmi una vita personale, con la persona che dapprima mia compagna, poi mia moglie, mi ha fatto scoprire come a volte poco siano concilianti (in tempi normali) il lavoro autonomo e il lavoro da dipendente.

I lavori più belli erano quelli che richiedevano concentrazione, lunghe sessioni alla mia scrivania e quindi la non necessità di spostarsi. Ma questo comportava due problemi, il primo a volte bussa ancora alla porta ma è ben chiaro e identificato quindi gestibile, il secondo è fisiologico. Sono anche collegati tra di loro.

Il primo problema è la distorsione del tempo, la perdita totale di tempi definiti alla sfera privata e alla sfera lavorativa, specialmente sotto scadenza, quando insorgeva qualche intoppo, o semplicemente perché avevo calcolato male i tempi, il senso del dovere mi portava a non staccarmi dal lavoro se non per esigenze fisiologiche (cibo, acqua, tanto caffé, ecc.) tanto che nemmeno mi accorgevo, con l’arrivo dell’autunno, di avere le luci spente e di essere completamente al buio in casa, scoperta che mi colpiva quando entrava in casa la mia dolce metà accendendo la luce e facendomi trasalire.

Il secondo problema, strettamente correlato al primo, è dovuto al non cambiare mai ambiente, la voglia di uscire la sera dopo il lavoro, con mia moglie che è stanca perché è stata fuori tutto il giorno, qualche volta mi ha portato in birreria da solo giusto per cambiare un pochino ambiente (salvo non lavorare anche dopo cena perché a 28 anni le energie sono ancora tante.

Dieci anni, è quanto è durato il mio lavoro da casa, prima di rendere necessario per me cercarmi un ufficio. I coworking erano una realtà lontana, non certo a misura Italiana e il primo coworking che ho visto a Milano, mi sarebbe costato più o meno come una scrivania in condivisione in qualche ufficio. Chiaramente ci sono regole nei coworking e, purtroppo, lavorando con la mia società che offriva supporto telefonico ad altre aziende, non potevo permettermi di fare troppe telefonate, magari lunghe in un ambiente così condiviso.

Poi la mia attività si è evoluta, ho avuto il rifiuto delle comunicazioni vocali, ho iniziato a detestare il telefono come unico mezzo di contatto, è sempre comodo ma ho inizato a chiedere e ottenere il primo contatto via email. E’ stato un processo lungo ma mi ha dato un forte aiuto nella gestione del mio tempo e della concentrazione, ora ho un ufficio, un dipendente, a breve un secondo dipendente e per me, adesso, sarebbe impensabile lavorare da un coworking, anche perché ho sempre la necessità di telefonare anche se ora, potendo pianificare le chiamate, sarebbe più semplice.

Nonostante tutto, se avessi incontrato il coworking giusto, nel momento giusto, la mia vita lavorativa sarebbe stata probabilmente molto diversa. Ogni tanto mi piace passare del tempo, sempre lavorando si intende, a un coworking di Locarno, un po’ fuori mano per me, ma che mi permette di vedere gente nuova, scambiare qualche sorriso e qualche parola con gente dinamica, giovane e appassionata, e questo mi permette di riprendere contatto con ciò che è importante nel mio lavoro e che ogni tanto alcuni clienti mi fanno vacillare: la passione.

Video, vlog e affini

Non riesco a capire come le persone abbiamo il tempo di fruire tutte le informazioni che ogni giorno ci bombardano.

Ultimamente non sono un gran lettore, è un periodo particolare ma ciò su cui voglio informarmi, ciò che mi serve per lavoro, per informazione, per svago, per imparare cose nuove spesso viene cercato sul web.

Purtroppo, negli ultimi periodi è sempre più frequente trovare informazioni in VIDEO. Ora, ci sono due format per i contenuti video, quello in cui si inizia “in medias res” e quello in cui si racconta una storia, in cui si intrattiene chi guarda. Ora, per la maggior parte delle cose potrei accettare il primo tipo di video, mentre il secondo, necessario in alcune situazioni, tende a assorvire 10 minuti per qualcosa che, scritto, occuperebbe si e no 15 righe.

Inizia ad essere sempre pù frequente trovare informazioni esclusivamente in video. Il fatto che nei vari lettori delle piattaforme online è possibile visualizzare i viedo a velocità aumentata, significa che il problema fondamentale è il tempo. Sebbene esistano metodologie di lettura veloce, non credo, o magari semplicemente non le conosco, che esistano delle metodologie di “ascolto veloce” anche perché mi sembra che la concentrazione che serve ad ascoltare una traccia audio a velocità aumentata, è decisamente superiore a quella che serve ad ascoltare un testo a velocità normale. Inoltre ascoltare un testo mentre si fa altro, riduce per forza la concentrazione nel fare ciò che si fa mentre si ascolta, oppure si rischia di perdere delle parti mentre la concentrazione oscilla su quello che è la nostra attiività principale.

In più, e questo esula dalla mia semplice preferenza, molto spesso cerco il contenuto che mi serve tramite parole chiave quando arrivo su un documento o su testo particolarmente lungo, mentre nel caso del video non è possibile cercare una singola parola.

Proprio non capisco questa mania. E’ veramente comodo stare a guardare o ascoltare podcast, video o cose del genere?

Fotografia inaspettata

Due pezzi dalla mia “collezione”

Mi capita di parlare di fotografia con le persone più inaspettate. Sto fotografando famigliari con la mia Yashica 124 (in foto sulla destra), fuori da una casa in un piccolo agglomerato sull’appennino toscano, quando il vicino di casa, ormai anziano, mi dice:”Quella ce l’ho anch’io!”

Quella che ne è seguita è stata una discussione molto stimolante sulla fotografia, e sul fatto che la fotografia analogica sia più gradevole per molti aspetti, specialmente quella in bianco e nero. E’ stato sorprendente trovare una persona appassionata in una persona che non avrei mai sospettato prima.

Non è la prima volta che trovo un degno interlocutore di fotografia inaspettatamente. Mi ha fatto molto piacere.

Timezone

Da piccolo, guardavo una serie televisiva (e chi non l’ha guardata?) in cui spesso passava la frase:”Spazio, ultima frontiera”.

Cosa c’entra con quello che sto per scrivere? Beh, in quella serie tutti i sistemi informatici parlavano tra di loro, ogni tecnico era in grado di mettere mano su qualsiasi sistema alieno e tutto funzionava alla perfezione.

Di solito mi sposto in macchina, ma tant’è ogni tanto mi tocca e venerdì devo prendere il treno. Prima di tutto lo scontro con il sito per comprare i biglietti che sembrava uno spacciatore fuori dalla metropolitana a offrirmi cose di cui non ho bisogno e non voglio, alla fine ho preso un’offerta senza accorgermene, quindi il viaggio di ritorno non sono con la persona con cui dovrei viaggiare.

Stamattina trovo nell’email una bellissima email con il biglietto, il riepilogo e altri due allegati. Sono i due inviti per inserire i viaggi nel calendario aziendale.

Orbene, giugno al punto. Accetto gli inviti e magicamente compaiono i viaggi sul calendario. Occavolo, sono disallineati alla mia zona dell’appuntamento. Sono in ritardo di un’ora. Panico, ho sbagliato i treni… No, semplicemente qualche genio ha pensato bene di usare gli orari italiani e mandare l’invito con la timezione UTC, per cui, avendo correttamente inserito sul mio calendario GMT+1, gli appuntamenti diligentemente inviati per email, venivano visualizzati tradotti sul fuso orario italiano, facendomi spaventare per nulla.

E siamo nel 2017, e un semplice campo come quello del fuso orario crea problemi a qualche sviluppatore o sistemista.

Il dato

Il dato è quanto di più importante ci sia in questa epoca. Siamo sommersi dai dati, per noi sono tutti importantissimi, eppure non li proteggiamo. Oppure non siamo disposti a usare servizi preconfezionati, che comunque danno un’esclusione di responsabilità su quello che può succedere.

Io faccio parte di chi vuole proteggersi da solo, niente servizi di terzi a meno che non siano il puro storage su cui implemento le mie routine collaudate. Ovviamente se lo storage non è in mano mia, tutto è crittografato a dovere.

Il dato ha una sua peculiarità beffarda: è sia difficile da conservare, se non si deve perderlo, che difficile da distruggere, qualora lo si volesse distruggere.

Bene, in 12 anni di utilizzo dei sistemi ho perso dei dati solo due volte:

  1. Per colpa di un disco fisso fallato.
  2. Per colpa probabilmente di un bug su LVM, o meglio sulla versione di proxmox di lvm.

Ovviamente capita quando sei stanco, inizi a dubitare di te stesso, poi ripercorri tutti i tuoi passi e capisci che non hai sbagliato nulla. Certo, c’erano modi e modi di fare quello che stavo facendo e ho scelto il più becero, però quello che è capitato non doveva capitare.

Ovviamente, santo backup, alla fine non ho perso nulla di che, e con un pizzico di fortuna, nonostante il backup fosse di quasi 24 ore prima, nulla di rilevante era stato modificato sul sistema sparito sotto ai miei occhi dopo aver scritto in un altro logical volume.

Quindi mi trovo di sabato sera a lavorare recitando:”Il backup è buono, il backup è bello, il backup ti salva le chiappette!”

E ovviamente la solita riflessione sulla natura beffarda del dato, spiegata mille volte ai clienti che non capiscono il perché i dischi vanno cancellati in un certo modo se si vuole rivendere il materiale informatico, o non capiscono il perché devono spendere per il backup.

Buon fine settimana a tutti.