Video, vlog e affini

Non riesco a capire come le persone abbiamo il tempo di fruire tutte le informazioni che ogni giorno ci bombardano.

Ultimamente non sono un gran lettore, è un periodo particolare ma ciò su cui voglio informarmi, ciò che mi serve per lavoro, per informazione, per svago, per imparare cose nuove spesso viene cercato sul web.

Purtroppo, negli ultimi periodi è sempre più frequente trovare informazioni in VIDEO. Ora, ci sono due format per i contenuti video, quello in cui si inizia “in medias res” e quello in cui si racconta una storia, in cui si intrattiene chi guarda. Ora, per la maggior parte delle cose potrei accettare il primo tipo di video, mentre il secondo, necessario in alcune situazioni, tende a assorvire 10 minuti per qualcosa che, scritto, occuperebbe si e no 15 righe.

Inizia ad essere sempre pù frequente trovare informazioni esclusivamente in video. Il fatto che nei vari lettori delle piattaforme online è possibile visualizzare i viedo a velocità aumentata, significa che il problema fondamentale è il tempo. Sebbene esistano metodologie di lettura veloce, non credo, o magari semplicemente non le conosco, che esistano delle metodologie di “ascolto veloce” anche perché mi sembra che la concentrazione che serve ad ascoltare una traccia audio a velocità aumentata, è decisamente superiore a quella che serve ad ascoltare un testo a velocità normale. Inoltre ascoltare un testo mentre si fa altro, riduce per forza la concentrazione nel fare ciò che si fa mentre si ascolta, oppure si rischia di perdere delle parti mentre la concentrazione oscilla su quello che è la nostra attiività principale.

In più, e questo esula dalla mia semplice preferenza, molto spesso cerco il contenuto che mi serve tramite parole chiave quando arrivo su un documento o su testo particolarmente lungo, mentre nel caso del video non è possibile cercare una singola parola.

Proprio non capisco questa mania. E’ veramente comodo stare a guardare o ascoltare podcast, video o cose del genere?

Corona Virus

Manco da tempo da questo spazio, scrivevo che avevo voglia di normalità. Nel frattempo un lutto e varie peripezie lavorative e personali che mi portano diritto diritto in un momento di fermo totale durante ciò che credevo non avrei mai visto in vita mia. Una pandemia.

Proprio la normalità a cui aspiravo e a cui anelavo.

Decisamente il sommo fattore (tanto perché sono in vena di citazioni colte) ha il senso dell’ironia. Non abbiamo una pandemia che dia sintomi eclatanti e preoccupanti, o strani, immediatamente riconducibili a qualcosa di spaventoso. No, abbiamo una pandemia che porta sintomi influenzali, proprio nel periodo di massima diffusione della stessa influenza.

Domani sarà completato lo shutdown del paese. Ormai ci riempiamo la bocca con termini stranieri. Tutto si ferma domani, tranne i servizi essenziali.

Martedì ho fatto un intervento da un cliente, un controller RAID di un server che era guasto e che era arrivato venerdì pomeriggio. domenica sera annunciate le misure di mobilità ridotta, istituite le zone rosse, martedì sono andato a sostituirlo per due motivi. Il cliente ha circa 30 persone in telelavoro che dipendono da un gruppo di server uno dei quali quel controller avrebbe ripristinato lo stato di salute, e perché (siccome Murphy non perdona) non avrei mai voluto uscire di casa in un momento peggiore dovendo magari ottenere permessi particolari in una situazione causata dall’aver trascurato un componente del genere.

Domani esco di nuovo, devo andare a comperare generi alimentari. La mia famiglia dipende da me. E’ tutto così strano, è surreale. Il silenzio.

Il silenzio domina Milano, incredibile.

O mi bela Madunina

sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man

Nella mia vita ho viaggiato un po’ e difficilmente ho incontrato una città tutto sommato piccola, più rumorosa di Milano. Ma ciò che è buffo è che, con il rimescolamento delle culture e con il fatto che da tutta Italia vengono a vivere a Milano per motivi tanto di studio quanto di lavoro, il rumore è sia di gente che lavora quanto di gente che si intrattiene per strada. Ora regna il silenzio.

Potevamo fare qualcosa di più? Non lo so. Certo è che mi sento di non aver violato alcuna restrizione, obbligo o limitazione ma fino al giorno 8 marzo ho girato la città per diversi motivi, non in ultimo quello della passione per la fotografia. L’occasione unica di immortalare Milano vuota, deserta. Mi sono concesso un punto di ripresa per il quale ero in piedi in mezzo alla strada. Impensabile.

Ho preso sottogamba la questione? Non credo. Purtroppo l’intento di tranquillizzare la popolazione, su una persona poco paurosa come me ha ottenuto l’effetto di una, forse, falsa sensazione di sicurezza che mi ha portato comunque a vedere gente e visitare posti della città.

Fortunatamente sono una persona che ha sempre rifuggito la folla, gli spazi affollati e la troppa concentrazione di umanità, quindi non sono stato comunque a contatto con troppe persone. Però la sensazione che mi porta questo flusso di pensieri è forte.

La consapevolezza che qualcosa non tornava in tutto quanto era successo prima mi è arrivata domenica, di colpo. Come un fulmine a ciel sereno.

Ora devo solamente cercare di non perdere tempo e di “ricaricare le batterie” per prepararmi ad affrontare quello che sarà finito questo periodo.

Per la prima volta nella vita mi trovo ad affrontare qualcosa che porta a vacillare il mio ottimismo.

Chi vivrà vedrà.

Voglia di normalità

Tanta voglia di scrivere, tanta voglia di fotografare, tanta voglia di imbrigliare in qualche modo la mia creatività che in questo momento è sepolta sotto una coltre di pensieri e di dubbi sul futuro che sempre è incerto.

Quanto sarebbe più poetico dire che guardo il foglio bianco in attesa che i pensieri prendano forma, in realtà guardo la porzione di schermo bianco, con i medi sui rilievi della tastiera pronto a dar voce ai pensieri che si stanno formando.

Oggi giornata uggiosa, primo novembre, Ognissanti, festa che per me ha sempre avuto il sapore di “fermo” immobile, anche se voleva dire salire in macchina per andare a trovare i nonni lontani che, ahimè erano al campo santo.

Oggi il sentimento è mutato anche se dai nonni ci vado solo con il pensiero in quanto sono lontano molti più chilometri in una direzione totalmente diversa. Non so esprimere bene quello che si sta facendo strada in questo periodo dentro di me. E’ maggior consapevolezza, introspezione, comprensione degli errori passati, forse maturità?

Man mano che passa il tempo mi viene da sorridere perché penso a mio padre, e penso a quando mi trasmetteva sicurezza che tutto fosse a posto, tranquillo, sicuro, senza scossoni e quanto deve essere stato impegnativo comunicarmi questo senso di sicurezza.

Oggi va così, introspezione, voglia di normalità, voglia di riprendere in mano alcune situazioni che mi fanno diventare cupo e pensieroso. Ho voglia di normalità.

Silenzio

Silenzio, uno stato che spaventa i più. Forse perché non siamo portati a percepirlo fino in fondo. Forse perché sotto una soglia di rumore le nostre orecchie riescono a percepire il fluire del sangue nel nostro corpo. Non c’è scampo.

Il silenzio, in fondo, è fatto di suoni, per lo più piacevoli, coinvolgenti, rilassanti. Con il silenzio è possibile ascoltare noi stessi, che probabilmente è ciò che spaventa i più del silenzio.

Una società come la nostra non rimane mai in silenzio. Notifiche, messaggi vocali, post, video, pubblicità, social, ecc. Rumore, rumore, rumore e ancora rumore. Sembra che l’uomo moderno non sia capace di stare in silenzio.

In silenzio ci accorgiamo che i nostri pensieri sono rumorosi, caotici, a volte più della vita che ci circonda. Ma proprio dai nostri pensieri ci accorgiamo di quanto siano profonde le nostre necessità e quali siano i nostri veri desideri.

Tempo fa solevo fare due cose per ricercare il silenzio.
La prima era quella di guidare fino a un punto di una strada di montagna dove sapevo fosse possibile entrare nel bosco per qualche metro con la macchina, la spegnevo, uscivo dall’abitacolo per andare a sdraiarmi su cofano e parabrezza. Il tepore del motore con il contrasto del fresco del bosco, unito a tutti gli scricchiolii del metallo dell’automobile che iniziava a raffreddarsi e il leggero soffiare della brezza tra i rami degli alberi e qualche civetta che faceva sentire il suo lamento qua e là.
La seconda era di tipo totalmente diverso, una macchina molto vecchia, ancora con le bobine non schermate, accendevo la radio in onde medie, senza nessuna stazione sintonizzata e vagavo ascoltando il suono delle bobine che innescavano nella radio che producevano un rumore bianco a frequenza variabile proporzionale alla frequenza di rotazione del motore.

Nel primo caso lasciavo liberi i pensieri di scorrere e li ascoltavo.

Nel secondo caso riuscivo a svuotare completamente la mente, raggiungendo di fatto un silenzio ancora più profondo che durava pochi istanti dopo la fine del gioco. I pensieri in questo caso tornavano poco alla volta come una dissolvenza cinematografica. A volte mi aiutava ad ascoltare meglio i primi che affioravano.

Il silenzio mi piace, il silenzio è qualcosa di utile per conoscersi meglio e per essere sinceri con se stessi e perché no, per decidere di volere la confusione che ci circonda.

Tanta carne al fuoco

Cerco di fare silenzio dentro perché da fuori ci sono milioni di stimoli che non sempre portano a qualcosa di buono.

Sto facendo il giocoliere con tutto ciò che in questo momento compone la mia vita personale, la mia vita professionale stando attento a non far cadere nulla perché sarebbe opportunità per il futuro, sempre.

Periodo di grande stanchezza, poco fisica e molto mentale e a volte sento l’affanno che mi assale. Poca possibilità di pianificare, non che io sia un asso in questo tra l’altro, e molta tensione verso un periodo in cui ci sia una maggior tranquillità su tutti i fronti.

Ho voglia di tranquillità, di non crollare addormentato appena il ritmo della giornata rallenta. Sono alla soglia dei 40 anni e non vedo ancora nulla di consolidato nella mia esistenza.

Per aspera ad astra.

Immagine

Un’immagine è una rappresentazione visiva della realtà, l’immagine è il solo contenuto visivo, a prescindere dal supporto su cui può essere in qualsiasi modo impressa. E’ una rappresentazione più o meno veritiera della realtà fisica oppure semplicemente una rappresentazione di una realtà fittizia o immaginaria.

Parafrasando da wikipedia, abbiamo una definizione di cosa sia un’immagine.

Nel momento in cui scrivo, siamo in un mondo fatto di immagini, e probabilmente è la forma più potente di comunicazione che abbiamo. Anche la comunicazione scritta passa dalle immagini che i singoli caratteri, le parole, le frasi e i paragrafi formano su un foglio o su uno schermo che sia.

Associamo l’immagine a un concetto di comunicazione tutti i giorni, anche in senso lato. La nostra immagine è ciò che il prossimo percepisce di noi e sono pronto a scommettere che pensando all’immagine in maniera tradizionale 9 persone su 10 pensino alla fotografia.

La fotografia è paradossale, viene considerata come mezzo fedele di riproduzione obiettiva della realtà, ma questo è quanto di più fuorviante possa esistere in quanto la fotografia è un tentativo di rappresentazione semplificata di una delle cose più sfuggevoli che esistano in natura, la luce.

Siamo abituati a gestire la luce, ad avere fonti artificiali per quando fa buio e siamo abituati a catturarla in maniera più o meno complessa. L’immagine è sempre rappresentata in maniera indiretta, sia come descrizione, che come dipinto che come fotografia. La stessa fotografia, a seconda del supporto su cui è rappresentata, cambia radicalmente l’emozione che ci trasmette, cambia aspetto e cambia a volte significato. Contrasto, bilanciamento del bianco, risposta ai toni, resa cromatica, saturazione… Siamo sicuri che alla fine osserviamo sempre la realtà?

Alla fine è più talentuoso il fotografo che insegue la purezza e l’attinenza alla realtà oppure quello che genera immagini fatte apposta per suscitare stupore, emozioni e incredulità?

Gli strani modi di insegnare della vita

La vita insegna, insegna ogni giorno. Ogni tanto con carezze, ogni tanto con mazzate ma insegna ogni giorno. Probabilmente le mazzate sono il modo della vita per farti capire che non hai dato attenzione alle carezze in precedenza.

Sono una persona molto paziente con le cose inanimate, molto poco paziente con le altre persone. Mi è stato detto che ho troppa fiducia nella logica altrui, che l’uomo per quanto intelligente è irrazionale e che quindi io, essendo molto logico, sono destinato a soffrire fino a che non accetto che le altre persone non lo siano.

Bene, sto imparando in un modo molto strano a portare pazienza con le persone. I comportamenti non sono logici, ma le motivazioni per portare pazienza sono più che logiche. E quindi la grande maestra in questo momento mi sta facendo vedere il bastone che userà se non imparo da solo.

Attraverso uno schermo

Riprese video ai concerti tramite cellulare
Ripresa video tramite cellulare durante un concerto
Uno spettatore a un concerto riprende tutta la durata del concerto tramite il cellulare.

Oggi mi è capitato di assistere a un concerto, sebbene gratuito e breve, ma purtroppo, come troppo spesso capita, mi è toccato osservarlo con la frapposizione di schermi di cellulari e tablet. Di questo specifico concerto mi importava anche poco quindi mi sono preso la libertà di estrarre la mia reflex e immortalare il disturbo.

Questo mi impone la riflessione di quanto del mondo che ci circonda, specialmente quando si viaggia o si visitano posti nuovi, venga effettivamente visto dalle persone oppure passi inevitablmente dallo schermo dello smartphone di turno.

Di contro mi viene anche da domandarmi quanto io invece veda attraverso il mirino della/e mia/e reflex. Piccola differenza, il mirino ottico non aggiunge artefatti all’immagine, la differenza è sostanziale. Di contro sono stato osservatore indiretto di alcuni eventi splendidi che sono riuscito a immortalare, come ad esempio il salto fuori dall’acqua di una balena.

Mi consola il fatto che è mia abitudine quella di soffermarmi a ammirare quello che sto per fotografare oppure ho appena fotografato. Però è curioso, e mi ha fatto riflettere e vedere un po’ il mio modo di osservare il mondo data la mia passione per la fotografia.

La fiducia

La fiducia è una cosa strana. Siamo abituati a fidarci in maniera più o meno conscia tutti i giorni, di persone conosciute o sconosciute.
Ci fidiamo del conducente del treno che ci porta a destinazione, ci fidiamo del fatto che la sbarra del telepass si alzi al nostro passaggio, ci fidiamo del fatto che girando la chiave della macchina questa si accenda e si faccia condurre docilmente fino a destinazione, che effettuando una qualsiasi attività, chi era responsabile del funzionamento o della buona riuscita o addirittura della nostra incolumità, abbia fatto il suo dovere.

Poi ci fidiamo delle persone. Ci fidiamo del fatto che il nostro compagno o la nostra compagna ci comprenda sempre, ci fidiamo di fedeltà e amore e delle amicizie. Ci fidiamo in ambito lavorativo e del classico e lombardissimo “Ghe pensi mi”. Siamo portati a valutare la fiducia in una persona in un periodo di tempo ristretto rispetto all’intera rapportazione con la stessa e poi tendiamo a comportarci di conseguenza per il resto della rapportazione.

Quale fiducia è più difficile da ottenere? E quale viene più facilmente delusa?

Ovviamente quando si ricade nella fiducia interprersonale la delusione è grande in proporzione al livello di coinvolgimento che si ha con la stessa persona. Perché veniamo più spesso delusi dalla fiducia riposta interpersonalmente? Perché siamo coinvolti emotivamente, abbiamo costruito un rapporto di amicalità, di amicizia o addirittura oltre l’amicizia con la persona di cui abbiamo riposto fiducia ciecamente fino al momento in cui si aprono gli occhi.

Con queste premesse arriva poi il momento brutto in cui non sai come reagirà la persona alla tua richiesta (il più tranquilla possibile) di delucidazioni. Oppure un taglio netto? A volte non c’è possibilità di scelta, né in un caso né nell’altro.

High Hopes

Ero convinto di avere già scritto un post con lo stesso titolo, ho dovuto cercare conferma, non è successo. Probabilmente ho cambiato idea prima di pubblicare.

Nei momenti di cambiamento mi passa per la testa sempre questa canzone dei Pink Floyd che secondo me, musicalmente, esprime un tema di incertezza, misto tra il cupo e la speranza in un equilibrio veramente gradevole, nonostante il testo non si sposi perfettamente con i miei sentimenti. La sento parte di me. Parla in ogni caso della difficoltà di realizzarsi.

E alla fine mi rendo conto che a me le sfide piacciono, che la tensione è enorme e che sto cercando di fare tutto in modo da riuscire a costruire il mio futuro. Giorno per giorno, senza fermarmi mai.

L’ultimo pensiero mi ha sorpreso mentre lo scrivevo.